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UN NUOVO RINASCIMENTO PER VICENZA FRA LE GRANDI VOCI DEL PASSATO E UNA IDENTITÀ FUTURA

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La nostalgia, che in greco antico significa soffrire per il ritorno, non è un sentimento appropriato alla vita di oggi, è roba da vecchi e da sfigati. Rimpiangere il passato è un atteggiamento incompatibile con il godersi l’hic et nunc, con la corsa al prossimo evento, acquisto, spasso.
È un errore e una banalità, però, cancellare il passato e alcune sue eredità, evitare a priori il confronto fra realtà diverse e spesso incommensurabili, rifiutare di conoscere l’attualità attraverso il filtro del pensiero di ieri.
Non è vero che il nuovo sia per definizione meglio del vecchio, anche se, certo, il progresso ha migliorato vistosamente le condizioni della vita umana ma ha mancato la possibilità più importante, quella di cambiare parallelamente l’animo dell’uomo.
Non è un discorso moralistico nè, tanto meno, religioso. C’è solo l’amarezza di vedere che stiamo tornando indietro alle guerre, agli imperialismi, alle “Compagnie delle Indie”, allo sfruttamento del nostro pianeta e del lavoro umano.
Noi boomers, venuti su nella bella utopia di “Imagine”, siamo quelli messi peggio perchè, da un lato, ci abbiamo creduto davvero che gli uomini potessero finalmente diventare fratelli e ci siamo dati da fare perchè così fosse e, dall’altro, stiamo vivendo la delusione di non esserci riusciti e la consapevolezza di lasciare ai nostri discendenti un mondo decisamente peggiore e con prospettive angosciose.
L’esercizio di confrontarsi con il passato si può fare anche nel nostro piccolo mondo moderno di Vicenza. È migliorata e quanto questa città negli ultimi cinquant’anni? Urbanistica, viabilità, mobilità sono cresciuti a livello dei tempi? Sanità, sociale, ambiente sono temi attuali o prospettive? Lavoro, casa, figli sono più alla portata? La sicurezza è un tema di perenne campagna elettorale o una emergenza da condividere?
Le domande sono impegnative e le risposte ancor di più. Vicenza ha indubbiamente fatto grandi passi avanti, si è sviluppata dal livello medio-piccolo a quello medio, si è dotata di infrastrutture e di soggetti economici pubblici e privati, ha creato grandi appuntamenti culturali, ha avuto i suoi momenti di gloria sportiva, ha accresciuto la qualità della vita dei cittadini.
Ma, a un certo punto, l’upgrade si è fermato e la città ha cominciato a perdere i suoi capisaldi: fiera, aeroporto, autostrada, banche, rappresentanza politica e culturale, settori produttivi e commerciali, numero di abitanti. Vicenza ha preso a rimpicciolirsi, a perdere il confronto perfino con le città vicine, è tornata quella del Tardo Medioevo, pronta alla dedizione alla dominante del momento.
Ha pure iniziato a imbruttirsi, coinvolta nella dicotomia fra uno dei Centri storici più belli d’Italia (e quindi del mondo) e una periferia omologata alle peggiori dei centri della Pianura padana. Uscendo dalla cinta muraria storica non si riesce proprio a trovare qualcosa non dico di bello ma almeno di decente: una urbanistica senza progetto e irrispettosa dell’ambiente, quartieri ed edifici nati e cresciuti a casaccio e nell’arbitrio dei palazzinari, edifici progettati da chissà chi.
Se il Centro è, per fortuna, immutabile nelle sue quinte palladiane che s’intrecciano con quelle gotiche e medievali, il resto è una palese violazione di una identità storica e architettonica. E il peggio deve ancora venire: sarà la TAV a pensarci.
Ci vorrebbero figure come Cevese e Neri Pozza, grandi intellettuali liberaldemocratici e rigorosi difensori della loro città dagli insulti di concittadini irrispettosi, ci vorrebbero le grandi voci del passato del cattolicesimo, del socialismo, della laicità per tornare a far ragionare questa città su se stessa, per imporle uno stop, ricapitolare tutto e impostare la Vicenza futura.
Per un nuovo Rinascimento vicentino servirebbe un leader politico con una visione aperta, aggiornata ma attenta alle eredità dei suoi predecessori, servirebbe un’opposizione intelligente, dialettica e disponibile a mettersi al servizio della città, servirebbero cittadini interessati alla condivisione, alla crescita comune e disposti a fare qualche temporaneo sacrificio anzichè lamentarsi ogni giorno di tutto.
GIANNI POGGI

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