
LR VICENZA. NELLA TRASFERTA A VERCELLI SERVE LA VERA CAPOLISTA
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La sicurezza è il principale argomento del contendere, ormai quotidiano, fra il Centrodestra e il Centrosinistra a Vicenza. Sembra che ci sia solo questo problema in città, la cui portata è extra large perchè coinvolge ladri e mendicanti, degrado e tossici, giovani e senza tetto.
Vien da pensare con un po’ di malizia che l’emergenza sicurezza serva a coprire o a far passare in secondo piano magagne altrettanto gravi di Vicenza: inquinamento dell’aria e dell’acqua, case, lavoro, TAV e PFAS.
Ma sulla sicurezza è diventato asfissiante e controproducente lo scambio di accuse fra amministrazione e maggioranza da una parte e opposizione e partiti collegati dall’altra. Le prime lamentano che a Vicenza una Questura già storicamente sotto organico non abbia ricevuto rinforzi e, quindi, rinfacciano al Governo di non rispettare le esigenze di città e provincia e di aver addirittura disatteso promesse fatte al Sindaco in una tournée a Roma. I secondi cercano di sviare le responsabilità dall’esecutivo e replicano che la insicurezza percepita dai vicentini va imputata piuttosto a una cattiva gestione della Polizia Locale.
Ed è proprio una diversa visione di questo Corpo il punto focale degli attacchi del Centrodestra, che lo vorrebbe prima di tutto più dotato di agenti e, poi, utilizzato a scapito delle altre funzioni (in primis quelle amministrative) soprattutto per il presidio del territorio comunale con le stesse attività di prevenzione, repressione e accertamento di reati, pattugliamento, pronto intervento e polizia stradale. Come se fosse, insomma, un quarto organo di polizia di Stato a fianco di Carabinieri, Guardia di Finanza e PS.
La Legge 7 marzo 1986, n. 65 (Legge-quadro sull’ordinamento della polizia municipale) in effetti assegna al Corpo le funzioni di polizia giudiziaria e di tutela dell’ordine pubblico e il Regolamento speciale del Corpo di Polizia Locale del Comune di Vicenza, al punto g), prevede queste mansioni: svolgere funzioni attinenti alla tutela della sicurezza urbana, alla sicurezza del patrimonio pubblico e privato, dell’ordine, del decoro e della quiete pubblica. Indiscutibile, insomma, la competenza del Corpo in materia.
Il punto è che, dal punto a) a quello l) del mansionario, sono previste una marea di incombenze che, per essere coperte, richiederebbe un organico ben più ampio e formato di quello attualmente a disposizione e che l’amministrazione non è in grado di ampliare per i limiti di spesa conseguenti ai tagli dei trasferimenti dallo Stato. A fronte di tutto questo lavoro ci sono a disposizione circa 120 agenti (un dato aggiornato non è disponibile), uno per ogni 1.000 cittadini. È intuitivo che con questa forza è impossibile far fronte a tutte le mansioni.
È il momento di lasciar perdere le polemiche e lo scontro politico: in tema di sicurezza tutti devono fare la loro parte, cominciando a collaborare. Il contesto è ben noto, è inutile fingere che il problema non esista o sia circoscritto ed è sbagliato e intellettualmente disonesto assegnare le colpe solo a un soggetto. La sicurezza è un problema nazionale, diffuso non solo nelle città, difficile da circoscrivere e che l’apparato Stato-Comuni, qual è ora, non è in grado di fronteggiare.
È il momento di cambiare sistema: l’emergenza va affrontata insieme da tutte le parti competenti con una azione coordinata, lo Stato deve mettere a disposizione uomini risorse e strutture e assistere i Comuni in questa funzione, servono personale specializzato e tecnologia informatica, banche dati e strumenti come il riconoscimento facciale e il targa system. Ci vuole, infine, una magistratura specializzata, dotata di una normativa adeguata da applicare e che non sia costretta a rimettere subito in libertà chi commette i reati perchè le prigioni sono piene.
Non servono leggi repressive ma misure adeguate, allineate con la realtà della emergenza e, possibilmente, scelte politiche mirate alla prevenzione con più interventi per il sociale, per il lavoro e per i giovani. Sono queste le necessità più sentite nel Paese, con i soldi del Ponte sullo Stretto di Messina si potrebbero fare tante cose.
GIANNI POGGI

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