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REGIONALI 2025. ASTENSIONE E NON VOTO I VERI PROTAGONISTI: MENO DI UN TERZO DEI VENETI ELEGGERÀ I SUOI NUOVI AMMINISTRATORI

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Gli elettori veneti alle Regionali del 24 e 25 novembre sono 4.296.562 su 4.E853.591 abitanti. Alle urne potrebbe quindi andare l’88,5 della popolazione. Il verbo è al condizionale perchè un recente sondaggio di Ipsos stima che la percentuale dei votanti sarà del 48% del corpo elettorale: il presidente della Giunta e il Consiglio regionale sarebbero eletti da poco più di due milioni di votanti.
Più che il candidato presidente e la coalizione vincenti saranno gli astensionisti e i non votanti i veri protagonisti delle prossime elezioni. Un veneto su due non sceglierà chi amministrerà la sua regione nei prossimi cinque anni, e c’è di più, perchè una rilevazione dell’Istat ha scoperto che un veneto su tre è completamente disinteressato alla politica.
Il Veneto al voto non è la pecora nera del Paese perchè si attesta su percentuali che ricorrono anche in altre Regioni, come si è visto proprio nelle recenti regionali in Calabria e in Toscana, ma è significativo che stavolta la diminuzione dei votanti sarebbe di ben 13 punti percentuali, visto che alle consultazioni del 2020 si era toccato il 61,2%.
La democrazia contempla anche la possibilità dell’astensione, che è presente e radicata da sempre anche in Italia, ma merita una riflessione il fatto che chi amministrerà la Regione fino al 2030 sarà stato eletto da 1.250.000 veneti (ammesso che la coalizione di Centrodestra vinca con il 60%) e cioè da meno di un terzo della popolazione.
Sotto questo profilo ci si chiede se abbia un senso e quale sia il senso di una campagna elettorale come quella che è in corso ancora per una settimana. Già sono scomparsi dai grandi temi in ballo quelli ideologici perchè sono stati banditi da tempo a favore del carisma e della popolarità dei leader, ma oggi anche gli argomenti più concreti non interessano più di tanto.
La sanità, ad esempio: non c’è un interesse più concreto e immediato che la salute e la sua cura, eppure non è un incentivo per i cittadini ad andare a votare per scegliere chi propone la linea migliore per gestirla. Tutti bravi a protestare se finiscono in una lista d’attesa eterna o se non hanno più il medico di base o se non trovano un posto in Rsa per il nonno, ma adesso che potrebbero far valere la propria voce confermando chi l’ha guidata negli ultimi 15 anni o provando una amministrazione diversa, per una bella quota rinunciano a esprimersi, che scelgano altri.
E l’ambiente non interessa a nessuno? Il Veneto è una delle Regioni con maggior inquinamento dell’aria, l’acqua di quasi metà del territorio è contaminata da Pfas e da chissà cos’altro, il consumo del suolo è il più alto in Italia, si progettano e si realizzano infrastrutture che nemmeno si sa quanto incideranno su quella che era la terra delle meraviglie.
Bo’, risponde un veneto su tre, non m’interessa cosa respiro, cosa bevo, cosa mangio e nemmeno se le grandi opere mi cambiano il panorama. Ho cose più urgenti e importanti a cui pensare.
Come i soldi, i schei, e quindi stipendi e pensioni, rate e bollette da pagare, affitti insostenibili. Le promesse e le proposte dei programmi elettorali sul lavoro, sulla formazione, sul precariato non scuotono l’attenzione, forse prevale la rassegnazione o l’istintivo fai-da-te tipico dei veneti. Eppure i dati del mercato, dell’economia, dell’occupazione anche in questa Regione sono preoccupanti e si comincia a sentire la stretta della congiuntura anche in un territorio di grandi risparmiatori. Si può fare qualcosa anche qui: ma questa evidenza non motiva a votare e si rinuncia a dire il proprio parere su argomenti che sono fatti credere estranei alla volontà del cittadino, che si giocano su tavoli nazionali o di grandi potenze.
Per portare o riportare i veneti alle urne ci sarebbe voluta una campagna elettorale ben più brillante e perfino battagliera. Invece tutto è andato liscio, con due candidati presidenti un po’ anonimi e che quasi quasi si assomigliano nel modo di porsi e nella moderazione, con due coalizioni che, con ogni probabilità, si scomporranno già il 26 novembre, l’una – quella di Centrosinistra – talmente eterogenea da risultare inspiegabile e l’altra che si regge nel nome di Meloni ma che comincerà subito a litigare al suo interno e continuerà a farlo per tutta la legislatura.
GIANNI POGGI

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