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REGIONALI 2025. ANCHE STAVOLTA SARÀ UN VOTO PIÙ DI RENDITA CHE DI PROSPETTIVA?

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Al via la due giorni elettorale, che darà un nuovo presidente al Veneto dopo i tre lustri di Zaia e un nuovo Consiglio regionale con maggioranza diversa da quella della legislatura precedente, se non nella coalizione vincente quanto meno nelle quote fra i partner.
Presidente e Consiglio entranti sono attesi da un quinquennio durissimo, perchè erediteranno problemi ed emergenze che non hanno ancora raggiunto il loro acme e si muoveranno in un contesto politico locale nazionale ed internazionale imprevedibile.
Il loro punto di partenza, poi, non sarà così alto: il governo regionale in uscita non lascia, infatti, una grande eredità ma, piuttosto, emergenze e carenze profonde che investono aree importanti della vita del Veneto e dei suoi cittadini.
La coalizione di Centrodestra, che i sondaggi danno univocamente favorita, se vincerà, potrà lavorare con meno assilli, forte del consenso di una quota di popolazione che, per natura e cultura, non ama i cambiamenti e che ha apprezzato i protagonisti dell’amministrazione precedente (a cominciare dal doge Zaia) e il loro operato. Posizionandosi apparentemente sulla linea della continuità, Alberto Stefani e i suoi candidati consiglieri si presentano come gli eredi e i prosecutori di politiche condivise dalla parte più numerosa dei veneti.
Il Campo largo di Giovanni Manildo ha puntato tutto sulla prospettiva del cambiamento e già questa inevitabile scelta sembra renderlo perdente, perchè è una prospettiva sgradita dalla maggioranza dei votanti. Il candidato presidente e gli aspiranti consiglieri si sono dati molto da fare per portare sotto gli occhi del corpo elettorale una narrazione della realtà diversa e meno ottimistica di quella usata dalla controparte, ma che sia servito a qualcosa è quanto meno dubbio.
Al di là delle visioni elettorali è palese che, in Veneto, i problemi ci sono eccome e alcuni hanno un profilo emergenziale. Ciò è dimostrato dalla vasta coincidenza dei punti dei programmi elettorali dei due schieramenti principali, che significa convergenza strategica sulle politiche future della amministrazione regionale, pur con diversificazione (ma neanche sempre) nelle soluzioni e nelle priorità.
Un Centrodestra vittorioso potrebbe contare sul fil rouge che lo lega politicamente al Governo, viceversa il Campo largo dovrebbe fare a meno della spalla romana e sperare che, nel 2027 e quindi a metà mandato, le elezioni politiche diano la vittoria a una coalizione di Centrosinistra ad esso più affine.
Ma il monolitismo di una futura amministrazione regionale di Centrodestra non è così scontato, perchè da questa tornata elettorale i pesi delle sue componenti usciranno modificati e con un più che probabile riequilibrio di percentuali soprattutto fra Fratelli d’Italia e Lega. Sarà di estrema importanza, infatti, vedere se il partito di Giorgia Meloni manterrà la quota delle recenti Europee o se quello di Salvini recupererà il gap emerso proprio in quelle elezioni. Una Lega più forte, infatti, potrebbe sedersi al tavolo delle trattative per la assegnazione di assessorati, presidenze e direzioni con più pretese, mentre nel caso contrario saranno i Fratelli a far man bassa e a diventare non solo il socio di maggioranza della amministrazione ma il vero e proprio amministratore unico. E, sempre in tema di monolitismo della coalizione, Forza Italia (che ne è il terzo membro forte), se andasse in doppia cifra, potrebbe atteggiarsi da terzo incomodo con pretese anche risarcitorie della privazione di assessorati nella trascorsa legislatura.
Di questi giochi politici ai veneti di Centrodestra importa molto poco, perchè quel che conta in questa area sono ancora temi del passato, già affrontati e solo in minima parte risolti, come sicurezza, autonomia, tasse e sanità, mentre l’attualità ha portato in primo piano problematiche ben più impellenti a cominciare da quella dell’ambiente catastrofico in cui vivono i veneti e, poi, anche il sociale e il lavoro, i giovani e la produzione, la viabilità i trasporti e le infrastrutture.
Sarà un voto in gran parte di rendita quello che sarà dato in queste Regionali e, invece, mai come stavolta, ne servirebbe uno di prospettiva.
GIANNI POGGI


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