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REAL VICENZA. MEZZO SECOLO FA NASCEVA LA SQUADRA PIÙ BELLA NELLA STORIA DEL CALCIO VICENTINO

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Allo stadio Menti, la mattina di lunedì 2 agosto 1976, comincia la grande avventura di quella squadra che il direttore del Gazzettino Giorgio Lago battezzò “Real Vicenza”. Quest’anno, dunque, ricorre il 50esimo anniversario della nascita della squadra che più ha portato in alto il calcio biancorosso nei suoi 124 anni di storia.
Ci sono stati altri Vicenza che si sono elevati alla ribalta nazionale: quello che nel 1911 fu vicecampione d’Italia, quello che nel 1947 conquistò per la prima volta la Serie A, quello che nel 1955 ci arrivò per la seconda volta e avviò il ciclo ventennale della Nobile Provinciale, quello della vittoria della Coppa Italia nel 1997.
Ma il “Real Vicenza” è indubbiamente unico negli annali del calcio vicentino e non solo per i risultati ottenuti (vittoria del campionato di Serie B 1976-1977, 2° posto in quello di A l’anno dopo, Paolo Rossi miglior marcatore per due anni consecutivi e centravanti titolare della Nazionale) ma anche per la qualità: primo interprete in Italia del calcio totale di origine olandese, primo esempio nazionale del prevalere del gruppo sui singoli, prototipo della scelta dello spettacolo sul tatticismo e sul difensivismo allora dominanti.
Mezzo secolo dopo, nell’anno Domini 2026, Vicenza traccheggia al terzo livello del calcio professionistico, ha giocato in A l’ultima volta 25 anni fa, l’auspicata promozione in B è sentita come un traguardo entusiasmante da una tifoseria depressa da delusioni e promesse non mantenute.
Chi non ha avuto la fortuna di veder giocare il Real Vicenza non può capire la straordinarietà di quella squadra, che è stata non solo un fenomeno calcistico ma anche un evento sociale e umano. Partiamo proprio da questo profilo e cioè dagli uomini che lo componevano, cominciando dal presidente Giussi Farina, dirigente spregiudicato e criticato quanto moderno e esperto di mercato. Altrettanto centrale è l’allenatore Gian Battista Fabbri, quasi un “signor nessuno” fino a quel momento ma capace di creare dal nulla un modello tecnico e tattico che lui faceva credere semplicissimo ma che era in realtà il risultato di un’impostazione raffinata e millimetrica.
E poi c’erano i giocatori, una banda di anziani a fine carriera, di giovani in cerca di lancio e di singoli che non avevano ancora trovato il mentore in grado di valorizzarli. Fra i primi rientra senz’altro Ernestone Galli, il portiere senza guanti che aveva preso giusto in tempo il posto del vicentino Adriano Bardin; e anche il maestro indiscusso dell’orchestra (definizione di Fabbri) biancorossa, quel Giancarlo Salvi che a Vicenza non avrebbe voluto venire dopo 11 anni alla Sampdoria e che ne fu regista e uomo assist. Fra i veterani c’era anche Renato Faloppa, il capitano, centrocampista instancabile e ottimo in entrambe le fasi.
Nelle mani di Fabbri diventarono grandi dei giocatori che non erano ancora riusciti a dare il loro meglio: prima di tutti Pippo Filippi, inesauribile cursore a tutto campo, unico specialista italiano nel ruolo e che avrebbe meritato la Nazionale, e poi Franco Cerilli, mancino geniale e capace di trattare il pallone come pochi, e Beppe Lelj, terzino destro insuperabile e roccioso, e Valeriano Prestanti, difensore centrale dotato di grande fisicità e elevazione. E, infine, il super mediano Mario Guidetti, colonna del centrocampo che ha anche firmato gol memorabili.
Nel 1976 arrivarono poi alcuni giovani a caccia di affermazione. Il libero Giorgio Carrera, che oggi sarebbe uno dei migliori al mondo nel gioco a zona, il terzino sinistro (allora si chiamava “fluidificante”) Luciano Marangon e il più grande campione che abbia vestito la maglia biancorossa, Paolo Rossi, il centravanti per caso, che riuscì in pochi mesi a trasformarsi da ala del Como a miglior attaccante italiano e mondiale.
Sarebbe ingiusto non ricordare anche le figure per così dire minori di questo Real Vicenza, dal secondo portiere Michele Sulfaro al terzino sinistro Vito Callioni, dallo stopper Dario Dolci al mediano Innocenzo Donina, dal vice-Rossi Nicola Zanone al più bel prodotto del vivaio biancorosso dell’epoca, Massimo Briaschi, troppo giovane per essere titolare allora ma dalla successiva grande carriera, dall’ala Stefano D’Aversa al trequartista Enzo Mocellin.
Il Real Vicenza fu un formidabile aggregatore, diventando la squadra più ammirata d’Italia, quella che ha avuto il maggior numero di tifosi (oltre 100 club biancorossi e 11.000 iscritti) e che ha segnato il record assoluto di presenze al Menti.
Una storia, quella del Real Vicenza, che merita di essere raccontata di nuovo.
GIANNI POGGI

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