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PFAS. DEPOSITATA LA SENTENZA DEL PROCESSO MITENI: IN 2.062 PAGINE I PERCHÈ DELLA CONDANNA DI MANAGER E AMMINISTRATORI

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Il 17 dicembre 2025 sono state depositate in Tribunale le 2.062 pagine della sentenza con cui, il 26 giugno, la Corte d’Assise aveva condannato manager e amministratori di Miteni, Icig e Mitsubishi. Il punto centrale, nel dettaglio della sentenza, è il fatto che l’azienda era a conoscenza dell’inquinamento provocato e sapeva che i composti perfluoroalchilici erano inquinanti almeno dal 2009 e, quindi, già quattro anni prima che Arpav individuasse e rendesse nota la contaminazione.
I giudici smontano la linea difensiva basata sulla circostanza che allora i Pfas non erano normati: “il diritto ambientale della prevenzione della tutela – spiegano – non si esaurisce con la disciplina sulle bonifiche, ma è molto più articolato e completo, in quanto per le sostanze non normate vieta tassativamente la loro immissione significativa e misurabile nell’ambiente dove prima queste non c’erano e ne impone la drastica e totale rimozione”.
Nonostante avesse la consapevolezza delle criticità della produzione, questa non fu mai bloccata da Miteni, quanto meno in via precauzionale visto che non c’erano ancora prove scientifiche certe sulle conseguenze dell’inquinamento. Per questo motivo la Giuria ha definito “dolo eventuale” il comportamento dei condannati: ci fu la volontà di affrontare il rischio di inquinare e di nascondere a chi effettuava i controlli molte informazioni. I giudici descrivono un “occultamento sistematico” da parte loro, che era sicuramente voluto perchè alcune misure di cautela messe in atto, come la barriera idraulica, confermano la consapevolezza della contaminazione.
Fondamentale per la Corte l’aspetto economico. Miteni si è astenuta da attuare bonifiche e messe in sicurezza del sito con “un risparmio di spesa significativo. I costi necessari per affrontare seriamente l’inquinamento sarebbero stati ingenti e avrebbero inciso pesantemente sui bilanci. La scelta di non intervenire viene quindi letta anche come una decisione orientata alla convenienza economica”.
Il comportamento doloso dell’industria di Trissino è perfino perseverato con la produzione dei nuovi composti GenX e C6O4 dopo che era cessata quella dei Pfas a catena lunga, “in una fase in cui il sito era già gravemente compromesso… Non avvengono in un momento iniziale o sperimentale, ma quando l’inquinamento da Pfas storici è già noto e documentato”. E le nuove produzioni, sottolineano i giudici, prolungano fino al fallimento di Miteni nel 2018 il compimento dei reati contestati ai condannati,

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