
MEMORIE DA UN’ALTE IN FERMENTO: I RICORDI DI RINO LOTTO
Rino Lotto si è presentato alla Pro Loco portando con sé un bagaglio di ricordi di Alte Ceccato e una preziosa collezione di fotografie. «Non
Ti racconto Alte Ceccato propone la testimonianza di un altro nostro concittadino che, come tanti, è giunto nella cittadella voluta da Pietro Ceccato ad inizio degli anni sessanta, quando cominciava a crescere e Viale Stazione diventava un centro vitale.
Rossato Marino classe 1934 di Marola.
Arriva ad Alte nel 1960 per lavorare nella carrozzeria Bertuzzo che si trovava fuori della cintura, ai margini del centro che andava popolandosi di abitazioni ad un solo piano, disseminate lungo l’ideale decumano romano, via dell’Industria, e il cardo viale della Stazione. Un vero reticolato romano la nuova realtà urbana che si andava componendo. Pietro Ceccato non c’era più, ma c’era la sua azienda, c’erano i suoi operai che “tiravano su una casa”, c’erano tante persone che arrivavano con i loro sogni e le loro speranze.
La storia di Marino è una di queste.
“Per me importante è stato il servizio militare, perché lì conobbi il titolare della Carrozzeria Bertuzzo. Mi chiese se volevo lavorare per lui nell’officina che stava facendo crescere e così nel 1960 arrivai lì dove un tempo c’era il Tosano, ora Eurosport.
Allora c’era l’albergo Bologna con la moglie del titolare brava in cucina, specie a preparare il pesce, c’era il distributore di benzina IP di Tirapelle e la Bertuzzo. Io ero al reparto verniciatura e per parecchio tempo lavorai per la Ceccato che mutò il colore rosso dei suoi veicoli in bianco.”

Anche la scritta Ceccato ai tempi di Marino era rossa.
“Nel ’62, mi trasferii definitivamente ad Alte, ma prima mi sposai con la mia Ofelia nella chiesetta del Gonfalone vicino al Duomo di Vicenza.
Mia moglie era sarta, finché abitava a Vicenza andava a comprare le stoffe da Mampreso, ma scoprì ben presto ad Alte Mamma Gigetta.”


I novelli sposi trovano dimora in un appartamento, quello del direttore, sopra la Banca Cattolica in via Leonardo da Vinci. Una via strategica che collegava la sede della Ceccato con il resto del paese, dove si trovavano già negozi fondamentali per vita quotidiana. Dal Ben salumeria all’angolo con via della Stazione, il Panificio Adda, poi Santolin, la fruttivendola Bruna dirimpetto a Dal Ben, il bar Ceccato tutto in zona. A mezzogiorno suonava la sirena della Ceccato e improvvisamente le strade si popolavano di motorini e di biciclette. Le famose moto Ceccato rombanti e veloci lungo vie che ancora non erano tutte asfaltate.
“Ricordo che gli alimentari Dal Ben erano molto rinomati, avevano prodotti di alta qualità. Un giorno il proprietario mi fece assaggiare un prosciutto crudo dalla colorazione intensa. Mi spiegò poi che era di cinghiale, un cinghiale che era stato cacciato da alcuni in zona e che gli era stato affidato per la trasformazione in prosciutto. Si trattava di cacciatori di riguardo, i signori di Montecchio e della vallata che frequentavano la salumeria assai rinomata.”
La moglie del nostro Marino frequentava, da sarta appassionata, il negozio di mamma Gigetta all’angolo opposto a Dal Ben e fu proprio lì che accolse il suggerimento di Maria Ramonda che le prospettò di lavorare come sarta, le clienti sarebbero ben presto arrivate.


E fu così: “Mia moglie era proprio brava, cuciva per tante signore, faceva abiti per ogni occasione, anche per andare a ballare il sabato sera al Pub.”
Il Pub il mitico locale al quale si accedeva scendendo una scala da via Edison.
Era un punto di ritrovo elegante, un po’ piano bar. Per divertirsi c’era poi il cinema.
“All’interno della Ceccato c’era una sala cinematografica accanto alla scuola del Capi. D’estate poi il cinema all’aperto, prima che aprisse il cinema Astra.”
La storia di Marino e Alte non avrebbe avuto inizio se non fosse stato che durante il servizio militare diventò amico del commilitone Bertuzzo, titolare della omonima carrozzeria.
La sua strada prende dunque una piega nuova per lui che apparteneva ad una famiglia di ristoratori, che era capace di fare il cameriere e che proprio per questo durante il servizio militare lavorò al quartiere generale del corpo di Artiglieria da Montagna.
“I carabinieri allora indagarono su di me per capire se potevo stare al servizio dei generali. A Bolzano rimasi per 11 mesi e lì oltre che Bertuzzo incontrai anche i fratelli Nostrali, uno suonava nel corpo bandistico, l’altro teneva la contabilità e ci preparava le paghe. Comunque la mia salvezza fu che sapevo anche fare manutenzione del campo da tennis, visto che a casa la trattoria di famiglia aveva un campo da bocce che io gestivo.”
Seguì un periodo di trasferimento ad alta quota nella zona sopra Belluno dove stazionavano i ripetitori della Rai di Venezia per le comunicazioni. Da lì, un giorno che dovevo tornare a casa per sopperire al problema che mancava l’acqua, giusto per non farmi mancare nulla, accompagnai a Castelfranco la mamma del mio comandante. Un viaggio inizialmente a piedi in mezzo alla neve, fino alla seggiovia e poi in pullman verso Belluno ed infine il treno per Castelfranco dove portai a termine il mio compito.
Il giorno del congedo invece, arrivato in stazione a Vicenza, mi tolsi gli scarponi. Giunsi a casa letteralmente senza scarpe. Avevo troppo male ai piedi!”

Il legame con il corpo degli Alpini, non venne mai meno.
Ad Alte fin da subito fece parte dell’Associazione Alpini e frequentava il bar Trattoria degli Alpini, in fondo a viale della stazione dove si riunivano a cadenze regolari il martedì sera, ma dove si organizzavano anche cene e pranzi.
“La Rina era una brava cuoca ed era comunque piacevole andare a bersi un bicchiere a fine giornata.”
In Viale Stazione tutto stava nascendo. Il suocero del nostro Marino lavorava al Genio Civile e con l’ingegnere Beni contribuiva alla crescita di Alte. Diceva sempre: “ Sto costruendo un nuovo paese!”
Ed era proprio così! Stavano nascendo i due grattacieli che identificavano Alte Ceccato proprio in Viale Stazione.
Nel primo dei due grattacieli concluso andò a vivere la famiglia di Marino. “L’edificio rosso che svettava in Viale Stazione proponeva appartamenti eleganti, con rifiniture ricercate, pavimento di marmo nel reparto giorno e parquet nella zona notte. Ogni appartamento aveva un sistema interno per lo smaltimento dei rifiuti che venivano recuperati negli scantinati. C’era anche il custode che viveva in un appartamento accanto all’entrata. E poi c’erano i profumi che provenivano dalla pasticceria Veronese, ogni mattina la fragranza delle brioche di Danilo Battocchio raggiungeva tutti gli appartamenti.”
Certo questi ricordi cozzano non poco con l’attuale stato di degrado in cui si trova l’edificio Serenissima che, insieme al palazzo Monte Berico era un simbolo di Alte Ceccato.
Ma i tempi cambiano per gli edifici e per le persone…
Il nostro Marino, a seguito di alcune incomprensioni con il suo amico e commilitone, si licenzia e trova lavoro presso il distributore GPL di viale Milano.
“Si lavorava moltissimo dal lunedì al sabato e a me toccava anche il compito di tenere i conti di giornata. Tornavo a casa ogni sera con una grande borsa piena di denaro che contavo e controllavo in base ai litri di carburante erogati. Il lunedì l’incasso era di 8 milioni, il mercoledì 3, 11 il sabato. Passavano anche 400 auto al giorno! Comunque ad Alte allora i negozi stavano aperti anche la domenica mattina dalle 7.00 alle 11.30! E senza che nessuno si lamentasse.”
Di quegli anni ricorda con i figli Ivan e Paola la macelleria Uliana, di fronte il supermercato Peron dove oggi c’è il negozio di colori. E poi il panificio Adda, che si era spostato da via Rossini, angolo Da Vinci, a Viale Stazione, i tanti bambini che giocavano in strada. E i suoi figli, che piccolini andavano da soli a fare la spesa, cantando a mo’ di filastrocca la lista, oggi ricordano la pizzeria Messico, la pizzeria da Franco e la pasticceria Svizzera dove le ragazze il sabato sera cercavano chi le avrebbe portate in auto il giorno dopo al Boom, dato che il pomeriggio della domenica per le ragazze l’ingresso era gratuito.
Ma a fine anni settanta le cose cambiarono: i garage del palazzo diventarono il luogo di ritrovo di poveri ragazzi dediti alla droga. Si aveva il terrore di andare in garage, come ricorda Ivan. “Avevamo paura anche di portare la bicicletta in garage. Una sera incontrammo un poliziotto in perlustrazione e mi spaventai non poco.” Paola invece ricorda un altro fenomeno, quello delle persone in soggiorno obbligato proprio ad Alte. “ Noi non sapevamo chi fossero, ma molti pentiti di mafia, costretti a cambiare nome e residenza arrivarono qui.”
Insomma i tempi belli di Alte a fine anni settanta erano già finiti?
“Le cose cambiano, noi siamo cambiati e anche Alte è cambiata”.


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