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LA STORIA DELLA FAMIGLIA SANDRI TRA SARTORIA, MUSICA E VITA DI COMUNITÀ

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Di che cosa c’è bisogno in un luogo che richiama persone e cresce? Un luogo di frontiera, pronto a diventare qualcosa di più? Lo spiega molto bene Ezio Sandri, detto Sanzio.

«Quel luogo vede arrivare prima muratori, poi barbieri e sarti, oltre agli operai richiamati dalle imprese nascenti. È per questo che mio padre si orientò verso Alte Ceccato. Lui era di  Caselle di Pressana, vicino a Cologna Veneta. Una famiglia di contadini: undici fratelli e poca terra da lavorare e far fruttare, e quindi ci si ingegnava anche in altre attività. Lui era bravo come sarto e così, in bicicletta, decise di cercare clienti nella cittadella che Pietro Ceccato aveva fatto nascere. Vi arrivava la domenica, si fermava al bar da Piero e lì, tra un bicchiere e quattro chiacchiere, proponeva i suoi servizi. I clienti decidevano con lui stoffa e modello; la settimana dopo il capo era pronto per la prova. Per parecchi anni andò avanti così: contadino e sarto. Un’abbinata diffusa, finché si decise, tra fratelli, di vendere quel poco di terra che si possedeva.»

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Ricordi e ‘ferri del mestiere’ di Giuseppe, padre di Ezio

Con l’aiuto di una zia nubile che, in cambio di ospitalità in famiglia, mise a disposizione la sua porzione di terreno da vendere, il papà sarto comprò l’appartamento di via Marconi 42, dove il nostro arrivò insieme al resto della famiglia nel 1957.

«Avevo solo 2 anni, ma mi raccontano che il nostro arrivo fu senz’altro rocambolesco. Innanzi tutto mio padre aveva affittato un camion carico delle nostre cose. Con noi, papà mamma e 5 figli maschi c’erano la zia, naturalmente, il gatto e un salame. Pioveva che Dio la mandava e questo complicava il tutto, anche perché all’arrivo non trovammo libero l’appartamento appena acquistato. Per cui dovemmo portare fuori tutto ciò che non era nostro e poi provvedere a liberare il camion, dal quale nel frattempo erano spariti il gatto e con lui il salame.

A sera ritornarono a casa le figlie del proprietario, che non sapevano nulla della vendita dell’appartamento. Mio padre, però, aveva le carte che attestavano il regolare acquisto della casa.»

I tre figli più grandi frequentano la scuola del CAPI.

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Pratica alla scuola del CAPI

«Una gran cosa la scuola della Ceccato. Al suo interno anche i miei fratelli più grandi si sono formati e si sono trasformati in piccoli imprenditori. Inizialmente hanno lavorato con macchinari usati nei laboratori e in disuso; poi, separatamente, hanno dato vita ad aziende singole.»

Il nostro protagonista cresce ad Alte con la maestra Vaccarella e poi nelle aule della scuola media sopra la canonica.

«Ho avuto la fortuna — o la sfortuna — di sperimentare la prima classe mista della storia montecchiana. Per me fu uno shock: le ragazze bellissime mi distolsero dallo studio e fui bocciato. E poi ero bravo in matematica, non in italiano. Non amavo studiare e in più avevo perso la fiducia della professoressa di Lettere: non sopportavo il fatto che arrivasse con la sua spider in ritardo e poi chiedesse a noi di andare al bar a prenderle cappuccino e brioche. Quando fu il mio turno mi rifiutai, e così i voti in italiano non sono mai andati oltre il 5.

Di quei tempi ho ancora forte il ricordo di mio padre che si presentò un giorno a prendermi a fine scuola. Non era mai successo. Io andavo persino all’asilo da solo! Naturalmente la mamma mi seguiva dalla finestra: avevo un tratto relativamente breve da percorrere. Se mio padre era lì, qualcosa di grave era successo. E in effetti in famiglia eravamo tutti molto preoccupati per mio fratello Oscar che, insieme ai Notturni di Giuliano, era stato coinvolto in un incidente nel milanese a causa della nebbia.»

L’episodio richiama la figura di Oscar, batterista dei Notturni, che portarono Alte Ceccato agli onori delle cronache. Il ballo di Simone è una canzone ancora molto ascoltata, nata forse nei luoghi dove i giovani si trovavano a provare come complessi. Gli spazi venivano messi a disposizione dalla parrocchia o dall’associazione culturale creata dai giovani di Alte.

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Oscar Sandri in un collage dei Notturni. È in alto a sinistra e al tornio assieme a Giuseppe Tognon (bassista dei Notturni)

«Mio fratello imparò anche a suonare la chitarra, ma si cimentava pure con la fisarmonica. Raggiunse un certo successo, ma non dimentichiamo che era un meccanico, esperto di calibri, come raccontano i giornali inglesi in occasione di un viaggio della band in Inghilterra. In fondo non erano molto differenti dai mitici Beatles!»

Il nostro ricorda anche quanto fosse ambito entrare al Pub e di come, con i suoi amici, riuscisse talvolta ad infilarsi di soppiatto, oppure per la bontà dell’usciere che verso la fine degli spettacoli apriva le porte: «Ho visto attori e cantanti importanti; noi li indicavamo come “i milanesi”.

Il cinema era un altro momento importante della nostra settimana. C’è stato un periodo in cui per i giovani si apriva la sala di Viale Stazione il giovedì sera. Venivano proiettati film di seconda mano, ma per noi era sempre un’avventura.

Lo sport è arrivato da noi un po’ più tardi, perché il campo da calcio allora era oltre via Battaglia e, per andare a giocarci, si doveva attraversare la statale 500: cosa concessa solo ai più grandicelli.»

Sanzio è stato protagonista di tanti momenti della storia di Alte. Partecipava a ogni evento importante, come celebrazioni religiose e processioni. In particolare quella delle Palme, quando si andava a prendere i rami d’ulivo a casa Faggionato e poi si scendeva in processione.

«L’evento religioso, ma in generale ogni messa della domenica, erano momenti da onorare anche nella cura di sé e nell’abbigliamento. Il vestito della festa non poteva essere indossato se prima non si faceva il bagno. Le case erano piccole, non c’era il bagno con la vasca. La mamma ci faceva entrare uno alla volta in una grande tinozza, ogni sabato pomeriggio.

Le case non avevano il riscaldamento: ci si scaldava con stufe a legna. Poi con il carbone, che andavo a prendere da Passattutto. Mi ricordo che mi dicevano: “Va’ e prendi tot lire di carbone”. Si caricava la merce su un carrettino, tornavo a casa, scaricavo e poi tornavo a restituire il carretto. Era un rito che faceva parte della nostra vita.»

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La casa in Via Marconi
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