
MEMORIE DA UN’ALTE IN FERMENTO: I RICORDI DI RINO LOTTO
Rino Lotto si è presentato alla Pro Loco portando con sé un bagaglio di ricordi di Alte Ceccato e una preziosa collezione di fotografie. «Non
La storia di Gerta è un viaggio intenso, fatto di distacchi dolorosi, integrazione difficile, ma anche di incontri decisivi, determinazione incrollabile e, infine, di un sogno che si avvera.
“Arrivai ad Alte Ceccato nel settembre del 2005. Avevo solo 13 anni. Dovevo iscrivermi a scuola, così mi presentai all’Istituto tecnico vicino a casa. Oggi è intitolato a Silvio Ceccato, ma allora era ancora una succursale del Luzzatti di Valdagno.
Non ero certo interessata alla storia della scuola. Ero appena arrivata, quasi strappata dalla mia Tirana e non capivo una parola di italiano. Fui accolta dalla vicepreside e da un’impiegata. Guardarono la mia pagella e la professoressa disse: “Questa ragazza la voglio nella mia futura classe prima.” Forse perché i giudizi tradotti in italiano dall’albanese dicevano che ero brava (e in effetti era così), ma a me in quel momento non interessava. Vivevo un momento di profonda paura e confusione.
Ricordo un episodio che ancora mi lega alla professoressa che mi ha accolto. Ero in classe, seduta al primo banco, senza capire una parola della lezione nonostante le attenzioni della mia compagna di banco. Suonò la campanella e io, durante il cambio di docente, decisi improvvisamente di andarmene. Presi le mie cose e uscii dall’istituto, senza essere vista.
La prof.ssa Frizzo, entrata in classe per iniziare la lezione, si accorse subito della mia assenza. Fu il panico: chiese ai bidelli, ma nessuno aveva visto nulla. Preoccupatissima, fece il giro della scuola, interpellò chiunque, finché uno studente le disse di avermi vista uscire.
Lei, che sapeva dove abitavo, arrivò fino a casa mia. Entrò, arrabbiata e sollevata al tempo stesso, e spiegò a mia mamma che da scuola non si può uscire senza permesso e senza una comunicazione preventiva della famiglia.
In testa avevo solo una grande confusione e una forte rabbia: cosa ci facevo lì? Perché dovevo studiare in un posto così lontano dalla mia terra, dai miei nonni, dai miei amici?”
Tanta rabbia, solo rabbia. Purtroppo, la giovane Gerta dovette accettare la situazione e adeguarsi: suo papà, che fin dal 1992 aveva intrapreso la strada dell’emigrazione, ora che si trovava in Italia e poteva contare su buone prospettive future voleva la sua famiglia accanto a sé.
Gerta imparò la lingua grazie ai corsi organizzati dalla scuola, si fece voler bene e aiutare, arrivando così al diploma.
“Non è stato facile! Ogni giorno andavo a scuola a piedi da San Pietro. Avevo scoperto che la pista ciclabile di via Madonnetta era comoda e decisamente preferibile al pullman, sempre pieno zeppo. Durante quel cammino scoprivo il mondo intorno a me. Imparavo a conoscere Montecchio Maggiore, ma soprattutto Alte Ceccato. Dopo la scuola, quasi ogni giorno, mi fermavo al bar Fontana a comprare un gelato. Mi piaceva tantissimo quella gelateria: il bancone con le specialità, l’arredamento… Pensavo spesso che mi sarebbe piaciuto un giorno lavorare in un posto così.”


Nel frattempo, il papà di Gerta riuscì a mettere in piedi una piccola impresa edile, lavorando dalla mattina alla sera, festivi compresi. Non sempre le cose andarono bene, specialmente nel pieno della crisi economica del 2008, ma la famiglia tenne duro.
Finalmente Gerta concluse gli studi. Di quel periodo ricorda con affetto tanti insegnanti che l’hanno capita e sostenuta, ma non dimentica le ferite di chi l’ha rifiutata solo perché albanese: “È stato triste essere rifiutata da un’azienda persino per l’attività di alternanza scuola-lavoro. I rifiuti ricevuti sono stati tanti, ma se mi guardo indietro oggi penso che sono stata brava. Siamo stati bravi, io e la mia famiglia.”
Con il tempo, quel sogno nato da ragazzina si è concretizzato. Gerta ha frequentato i corsi abilitanti per la gestione di pubblici esercizi, ha conosciuto Ornella Vezzaro (presidente di Confesercenti) e si è fatta trovare pronta quando si è presentata l’occasione di acquistare proprio il bar Fontana.

Il papà e il fratello si sono rimboccati le maniche per ristrutturarlo e abbellirlo da cima a fondo.





“Questo locale è il frutto del lavoro di mio papà per me. Ho creduto moltissimo in questa ristrutturazione perché ho sempre desiderato dare il mio contributo ad Alte. Volevo offrire qualcosa di bello, ridando splendore a quello che in passato era stato un bar di prestigio. E l’ho chiamato Déjà-vu, proprio ricordando il momento in cui, da ragazzina, lo guardavo desiderando che un giorno fosse mio.”
L’azienda edile di famiglia, nel frattempo, è cresciuta e si è affermata grazie alla formula del “chiavi in mano”, creando una rete solida di artigiani locali (muratori, idraulici, elettricisti, imbianchini) e dando lavoro a molte persone, in parte di origine albanese.
Oggi il bar Déjà-vu è un punto di riferimento elegante, ideale per colazioni, pranzi veloci e ricchi aperitivi. Eppure, la sfida è quotidiana: il locale sorge in un’area di Alte Ceccato che oggi soffre il degrado urbano, dove la bellezza del bar contrasta con palazzi che avrebbero bisogno di un profondo restyling. Viale Stazione non è più quella di una volta e l’impegno di Gerta per restituire bellezza alla cittadina è un atto di vero coraggio.
“Certo, non è facile. Abbiamo incontrato tante difficoltà. Il giorno dell’inaugurazione scoppiò persino una rissa in strada tra alcuni ragazzi che frequentavano la zona e che non volevano spostarsi per fare spazio ai clienti. Ma si va avanti. So che la vita è fatta di gioie, dolori e tanta fatica. L’importante è resistere.”
Oggi Gerta è una donna sposata e aspetta un bambino. Suo marito, anche lui albanese, condivide con lei il passato di chi ha dovuto emigrare (prima in Gran Bretagna e poi in Italia). Oggi si prende cura di lei e insieme attendono l’arrivo di chi rappresenta il simbolo del loro amore e la loro più grande speranza per il futuro.
“Io non sono una religiosa praticante, credo in un Dio che sta al di sopra di tutto e che non fa differenze. Dovremmo solo vivere un po’ più in armonia, rispettandoci l’un l’altro.”
E intanto il suo Dejavu continua a fare la sua parte in fatto di accoglienza: un caffè e un sorriso alla volta.
Rosanna Frizzo

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