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IL CAPOLAVORO DI SILVIO: UNA VITA NATA ALL’OMBRA DEL SOGNO DI CECCATO

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C’era chi ad Alte arrivava con armi e bagagli per cominciare una nuova vita e chi invece, ancora adolescente, vi giungeva ogni giorno per studiare e lavorare.

Silvio Finato, classe 1940, nato e vissuto in Corso Matteotti, a quattordici anni sostiene l’esame per essere ammesso alla scuola professionale CAPI (Centro Addestramento Professionale Industria). “Allora si trovava ancora a Montecchio, dove c’erano le fonderie. Da lì, poco dopo, ci trasferimmo tutti ad Alte Ceccato, dove la grande fabbrica Ceccato stava crescendo. Facevamo ore di laboratorio in reparto e ore di teoria la sera. Alla MAPA ricordo un capo che chiamavamo Fogna, perché in quel periodo presenziava ai lavori per la realizzazione della rete fognaria. Eravamo ragazzotti a cui piaceva scherzare, ma con gli insegnanti c’era poco da fare i furbi: ci mettevano tutti in riga, poche chiacchiere.”

Il mito di questi ragazzi era il Commendatore, che se n’era andato da poco: “Ricordo ancora la fila di persone da Alte al cimitero per accompagnare il feretro di Pietro Ceccato. Un dolore vero, grande, da parte di un intero paese che vedeva in lui un sogno.”

E proprio persone come Silvio, senza nemmeno saperlo, stavano realizzando quel sogno con il loro studio e il loro lavoro. Oggi Silvio ha portato in Pro Loco ciò che di più caro e importante gli resta di quell’esperienza nella Ceccato: la coppa per il secondo posto del concorso Iniziativa e capacità professionale. Ogni anno i giovani studenti potevano presentare un brevetto, un modello o un’idea, che chiamavano “il Capolavoro”. 

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Coppa ENPI – Padova VI Concorso iniziativa e capacità professionale ALTE CECCATO 29 GIUGNO 1957

La coppa porta la data del giugno 1957. A soli 17 anni, Silvio aveva raggiunto il traguardo ambito da tutti quei giovani che avevano scelto una scuola capace di aprire un futuro promettente; ma, soprattutto, avevano scelto di contribuire al benessere della comunità, obiettivo fondante della visione di Pietro Ceccato. Il “Capolavoro” di Silvio fu la realizzazione di un tornio per ceramica.

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Silvio Finato davanti all’ingresso di Villa Cordellina-Lombardi con la coppa ENPI (1957)

Scriveva infatti il Commendatore: “Voi, giovani, venite alla scuola per porre un saldo fondamento alla vostra preparazione di uomini, di cittadini, di lavoratori. A sua volta questa preparazione sarà il sostegno alla vostra vita, tesa al raggiungimento di obiettivi prossimi e lontani.”

Silvio ha fatto propri questi ammonimenti. Per otto mesi ha lavorato in Ceccato, poi alla Calpeda e infine in Lowara, prima di mettersi in proprio. E con il suo primo stipendio della Ceccato si comprò l’omonimo motorino a due marce, con il quale arrivò fino a Bolzano.

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Squadra Calcio del CAPI, anno 1957

Il modo in cui decise di mettersi in proprio merita di essere raccontato: “L’opportunità di lavorare in proprio arrivò in Lowara a causa di un nuovo direttore, che girava tra le postazioni con fare indagatorio, direi quasi inquisitorio. Io ero caporeparto nel settore qualità e avevo la mia scrivania con gli appunti e gli attrezzi del mestiere. Cominciò ad avere da ridire su tutto. Mi aggredì, facendomi domande con tono arrogante e maleducato. Reagii e gli diedi il benservito, dandogli del parassita. Questo mi portò dritto dal capo. Giancarlo Ghiotto non poté fare a meno di licenziarmi.

Me ne tornai a casa, ma ogni giorno i miei compagni di lavoro, finito il turno, protestavano davanti alle vetrate degli uffici. Così i fratelli Ghiotto mi richiamarono e mi fecero tre proposte: aspettare un po’ di tempo per calmare le acque e poi rientrare, cambiare fabbrica, oppure mettermi in proprio. Qualche anno dopo, Renzo Ghiotto, ricordando l’episodio, mi disse: ‘Hai fatto bene!’. Mi aiutarono a comprare un tornio che pagai un po’ alla volta, e così iniziò la mia avventura. Lavoravo con il mio tornio per le aziende locali, e i clienti di allora sono gli stessi che mi hanno accompagnato fino alla pensione.”

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Silvio al lavoro in officina

A un certo punto, Silvio decide di chiudere l’attività per “fare la bella vita”. “E invece” ammette, “la bella vita era proprio il mio lavoro, nell’azienda che avevo fatto nascere in Carbonara!”

Silvio ha frequentato Alte Ceccato a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, diviso tra studio e lavoro. Dell’Alte di quel periodo ricorda Viale Stazione, con il negozio di Mamma Gigietta dove comprò il suo primo impermeabile, l’osteria da Piero e la casa più vecchia di Pietro Ghiotto, che aveva un pozzo da cui si estraeva un’acqua freschissima. Della fabbrica ricorda il caporeparto Zancan, uomo molto determinato, e Antonio Scalabrin, il responsabile della scuola professionale, anche lui molto severo, ma di quella severità che fa bene ai ragazzi.

“La scuola è stata determinante per il mio lavoro, è stata il motore dello sviluppo di una fabbrica che poggiava su una tecnologia avanzatissima.” D’altra parte, il Commendatore Ceccato riconosceva ogni mese sostanziosi premi di produzione a chi si faceva promotore di novità, di nuove tecniche e di nuovi sistemi. Non dovevano esserci limiti alla creatività e all’intraprendenza: era così che allora si intendeva quello che oggi chiamiamo “premio di produttività”. Allora, però, era destinato a chi studiava, progettava, creava qualcosa di nuovo per davvero.

 Rosanna Frizzo

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