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FIFA WORLD CUP 2026. UN GRANDE SHOW BUSINESS TELEVISIVO GLOBALE CHE HA TOLTO QUALITÀ E SPETTACOLO AL CALCIO

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Nove miliardi di fatturato. Questo è ciò che conta e che rimane di una delle peggiori edizioni recenti della FIFA World Cup 2026 ossia dell’ultimo Campionato del Mondo di calcio. Che, infatti, è stato principalmente uno show business globale che ha connesso mezzo mondo mettendo a disposizione dei network televisivi e dei loro inserzionisti un target di spettatori fidelizzati per un mese intero.
Beneficiario finale delle maxisomme pagate da queste reti a fronte delle variegate esclusive in vendita è la FIFA, la federazione calcistica che raggruppa tutte le federazioni nazionali, che sono 211. La FIFA è un soggetto privato ed è presieduto da dieci anni dallo svizzero di origini italiane Gianni Infantino, un manager che è riuscito a trasformarlo in una macchina da soldi formidabile, che – secondo i suoi detrattori, in primis la UEFA, federazione delle federazioni europee – gli serve per consolidare il suo potere e prolungare il suo mandato.
Se questo sviluppo avesse mantenuto il livello qualitativo e lo spirito originale del campionato del mondo, non si potrebbe che lodare Infantino, ma non è stato così. La World Cup è stata progressivamente adattata per compiacere chi era disposto e interessato a finanziarla e ciò alla faccia del format che ha, dal 1930 e per 22 edizioni, mantenuto la identità di confronto fra le migliori nazionali del mondo, che si sono qualificate attraverso gironi preliminari.
Infantino ha esasperato la ammissione alla fase finale portando a 48 le rappresentative che hanno partecipato all’ultima edizione con il risultato di dover creare un creare un calendario monstre per lunghezza e articolazione in cui figuravano, da un lato, nazionali che a quel livello non avrebbero mai dovuto arrivare per la loro pochezza tecnica e da cui, dall’altro, ne restavano escluse altre che per storia, titoli e qualità, dovrebbero essere sempre presenti nella manifestazione.
Una di queste è proprio l’Italia che da anni non riesce a qualificarsi per incapacità dei dirigenti federali, scelte sbagliate, ostilità della Lega di Serie A e contingente mancanza di campioni, ma la cui assenza impoverisce in ogni caso la World Cup.
Oltre all’ipertrofico programma agonistico, Infantino fa assegnare la sede della manifestazione a chi paga di più, a prescindere dalla opportunità di collocarla, com’è successo nella edizione del 2022, nell’emergente mercato costituito dal Qatar (piazzandolo nell’inverno occidentale durante campionati e coppe) o, come in quella 2026, negli Stati Uniti (con la furbesca estensione marginalizzata a Messico e Canada), dove il calcio cerca di attecchire da decenni senza speranza di riuscirci.
Il presidente FIFA, in quest’ultima occasione, ha dovuto fare i conti con un personaggio come Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, che gli ha mangiato tutto lo spazio della comunicazione istituzionale manco fosse lui il capo dell FIFA e l’organizzatore della World Cup e lo ha costretto a fare delle cose vergognose per cercare di agevolare la nazionale a stelle e strisce.
Per non parlare della beata ignoranza della situazione internazionale in cui mezzo mondo è in guerra (grazie anche alle iniziative di Trump): si è giocato il Mondiale come se niente fosse, come ai tempi della antica Grecia in cui le Olimpiadi facevano sospendere gli eventi bellici. Durante il mese della World Cup, invece, si è continuato a combattere e a uccidere.
Infine, la qualità tecnica e agonitica. Pessima sotto tutti i profili anche a causa del calendario sfiancante, dei continui trasferimenti da uno stadio all’altro in giro per il continente, della necessità di andare avanti a qualsiasi costo e anche della sparizione dei campioni o del loro declino. Si sono viste nazionali aggrappate ai loro ex idoli quarantenni, ormai solo nome e carriera, e a presunti nuovi fenomeni che. almeno nell’occasione, non sono sbocciati. E allenatori che si sono affidati a moduli apparentemente offensivistici ma tutti ben ancorati a difese a 4, un ibrido che di spettacolo ne ha dato ben poco.
GIANNI POGGI

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