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ELEZIONI REGIONALI 2025. LA LEGA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA: IL FUTURO SI DECIDE A ROMA E A MILANO E VANNACCI S’ALLARGA. RESTA SOLO MARCATO

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Nemmeno l’annuale appuntamento della Lega nell’arengo di Pontida è riuscito a sbloccare lo stallo sulla spettanza e sul nome del candidato presidente del Veneto. Il partito fondato da Bossi si presenta all’incontro con i suoi elettori senza alcuna certezza che il nome sulla scheda sarà quello di uno dei suoi iscritti, senza sapere quale sarà il futuro del presidentissimo Zaia, senza alcun risultato concreto per la madre di tutte le riforme, ovvero la autonomia.
Salvini e i suoi colonnelli veneti hanno dato negli ultimi giorni una accelerata in materia elettorale cominciando dalla indizione delle elezioni regionali, che Zaia ha magnanimamente fissate ormai in extremis dopo un lungo e inutile tergiversare estivo che non ha prodotto alcun risultato, tant’è che il doge non sa ancora se sarà capolista del suo partito in tutte le circoscrizioni o se guiderà una lista a suo nome e immagine. Nè, come detto, dove sarà ricollocato dopo il forzato pensionamento in Regione.
Su questo punto le prospettive s’intrecciano e si susseguono, l’ultima è che, eletto presidente il segretario regionale e vicesegretario nazionale Alberto Stefani (il che è ancora tutto da vedere), lo stesso rinunci al suo seggio alla Camera e Zaia si candidi nelle suppletive per essere eletto e subentrare al giovane collega in attesa di una destinazione definitiva magari al Governo. Fantaelezioni, insomma.
Il secondo step dell’accelerata leghista ci sarà senz’altro nell’adunata di Pontida, in cui Salvini dovrebbe proclamare (unilateralmente, beninteso) il suo delfino Stefani candidato ufficiale alla presidenza della Regione. Mossa che, comunque, non scioglie il rebus nazionale perchè i tre principali partiti della coalizione di governo sono tutt’altro che affiatati sia sulla spartizione delle regioni in vista della tornata elettorale sia, per quanto riguarda specificamente il Veneto, su un comune gradimento su un nome leghista.
C’è, poi, l’incognita Vannacci. Il generalone, vice segretario honoris causa della Lega, sta giocando pesante all’interno del partito facendo leva sui voti raccolti alle Europee e sul crescente consenso che sta raccogliendo fra i leghisti, più fra gli elettori che nei ranghi della dirigenza, anche in Veneto. Se i candidati di Vannacci ottenessero un botto di voti alle regionali, a Palazzo Ferro Fini ci andrebbero loro al posto dei candidati ortodossi e l’europarlamentare-paracadutista-scrittore potrebbe pretendere una o più poltrone anche a Palazzo Balbi. Situazione, questa, che provocherebbe un mezzo cataclisma nelle file leghiste tradizionaliste della Regione, che hanno un dna diverso e una visione politica più moderata e più attenta a battaglie che non sono quelle proprie di Vannacci.
C’è anche da vedere che fine farà l’assessore uscente Roberto Marcato (nella foto) che, in pre campagna, ha coraggiosamente ed esplicitamente preso una posizione autonoma e tutt’altro che ossequiente al salvinianesimo imperante. Lo faranno candidare per il Consiglio regionale o sarà emarginato? E, se candidato ed eletto, quanti di quelli che la pensano come lui avranno un posto in aula o comunque lo appoggeranno sul territorio e nei posti di potere? Un Marcato forte potrebbe essere un fuoco amico all’interno del partito e della maggioranza.
L’aspetto meno comprensibile di questa surreale astenia politico-elettorale è la condiscendenza e quasi la rassegnazione con cui il “popolo veneto” sta accettando la dipendenza dai tavoli romani e milanesi sulla scelta dell’uomo che, con ogni probabilità, guiderà il Veneto nel prossimo quinquennio. Nessuno alza la voce, nessuno protesta, al massimo qualche parola off the records. Dov’è finito l’orgoglio veneto?
GIANNI POGGI

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