Arrivando nei pressi della Svecom, industria meccanica nota in tutto il mondo per la produzione di sistemi di avvolgimento, si nota un ampio parcheggio con i posti auto ben segnati ed ampli, ma subito lo sguardo va ad un cannone contraereo italiano della Seconda Guerra Mondiale, montato su un sostegno che lo alza a misura d’uomo. Un’arma vera che immediatamente rimanda a Giancarlo Marin, il titolare dell’azienda ma anche fondatore e curatore del Museo Storico Militare di Montecchio.
La cosa mette un po’ d’ansia. Ma potrebbe essere un’idea per tenere lontano i malintenzionati? Invece all’interno dello stabilimento tutto accade all’insegna della gentilezza: un operaio scende dal muletto e si fa aprire il portone che immette nel cuore della fabbrica. Qui, per raggiungere l’ufficio del titolare, arriva un giovane che alla domanda “com’è il capo”, risponde: “Un grande” e aggiunge: ”Non manca un giorno in fabbrica e per noi la sua presenza è garanzia di sicurezza”.
Guardando bene in volto il giovanotto, si nota che c’è entusiasmo nel parlare del suo datore di lavoro.
Un buon inizio! Il cannone è dimenticato.
In ufficio con Marin c’è anche Stefano Guderzo direttore del Museo Storico, che aveva fatto da tramite nell’organizzare l’incontro.
Il sig. Marin è seduto dietro un’ampia scrivania, ha davanti un disegno tecnico che poi spiegherà essere un albero meccanico. E’ sorridente ed accogliente. Dimentico l’arma in parcheggio, ma non la sua passione per la storia militare e la meccanica applicata a veicoli e agli armamenti.
Un Montecchiano legge il nome di Marin e subito pensa al Museo delle Forze Armate 1914/45. Come spiega questa sua passione?
“Io sono nato tra le armi e ho ancora forte un ricordo: ero un bimbo di cinque anni e mi ritrovai ad essere testimone di una sventagliata di 4 mitragliatrici antiaereo contro un veicolo pronto a lanciare le sue bombe sopra i campi dei Boschetti della Marmellata, dove si stava mietendo il grano.
Un frate mi venne vicino e mi riportò immediatamente a casa dove mamma pensò bene di farmi passare la voglia di andare in giro da solo. Da allora ogni tipo di arma mi ha incuriosito!”
Il titolare della Svecom è stato dunque testimone bambino del Secondo Conflitto Mondiale, come tanti nostri concittadini. Lui aveva un papà molto vicino al fascismo e ammiratore del Duce e ricorda quanto il genitore andasse fiero di aver accompagnato in auto Mussolini durante un suo passaggio a Montecchio.
Alla fine della guerra venne però arrestato, portato in carcere a Valdagno e da lì trasferito con tutta la famiglia a Mules, vicino a Vipiteno, dove Giancarlo frequentò la scuola dell’obbligo e dove trovò, giovanissimo, occupazione come agricoltore.
“Lavoravo in una azienda agricola poco distante da casa, dove mi occupavo un po’ di tutto. Ho anche imparato a cavalcare. Ed ero molto apprezzato dai proprietari.
Nel 1954 tornammo a Montecchio e cominciai a lavorare in tutt’altro settore. Trovai lavoro come fabbro da Boschetti Giuseppe. Battevo il ferro e lo trasformavo in ringhiere, cancelli. Ho portato il mio contributo anche nella realizzazione della ringhiera delle scale interne di Villa Cordellina. In seguito trovai lavoro ad Alte presso la FAV che produceva cric e da lì passai alla MPM dove realizzai la mia prima macchina, un’incubatrice per far nascere pulcini”.
Nel frattempo il nostro frequenta per quattro anni i corsi serali del CAPI, dove scopre quanto l’affascina lavorare i metalli.

“Mi trasferii quindi a Vicenza presso l’azienda di Malaman Giovanni con il quale contribuii alla registrazione di 5 brevetti di espansibili per la lavorazione della carta. Ma tornato a casa la sera mi chiudevo nello scantinato del negozio di Rigo Vittorio, che riparava biciclette, e lì realizzavo serramenti di alluminio”.
L’azienda di Malaman per la quale lavora si chiama Piccolo Espansibile ed entra in crisi quando il suo titolare deve lasciare per le conseguenze di una grave malattia.
Ed è proprio in questa triste occasione che trova la forza di “mettersi in proprio” e di lavorare ad alcune sue idee, risultate fondamentali per il lavoro nelle cartiere per l’avvolgimento dei rotoli di carta.
“Avevo notato che gli alberi per l’avvolgimento, nella fase iniziale di arrotolamento andavano a rovinare il prodotto. Studiai il modo per evitare l’inconveniente inserendo nell’albero dei tasselli che servivano a bloccare l’anima e cominciai a far conoscere il mio prodotto in giro per l’Italia. Il primo contratto lo firmai in Toscana.”
Giancarlo è in questa fase della sua carriera progettista, meccanico realizzatore e insieme commerciale. Il tutto si concretizza nella cantina messa a disposizione da Rigo, officina per la riparazione, prima di bici, poi di moto.
“Quando decisi di fare il grande salto mi recai dal mio datore di lavoro, purtroppo reso cieco dalla malattia. Gli parlai dei miei progetti e chiesi di essere aiutato. Lui mi domandò di quanti soldi avessi bisogno. E subito mi consegnò due milioni con i quali partii insieme a Ferdinando Lovato e a mio fratello Giovanni che con me lavoravano alla Piccolo Espansibile. Ogni giorno da Vicenza raggiungevamo la sede nello scantinato.
Un tornio, una troncatrice gli attrezzi con i quali partimmo, tanta buona volontà e alcune intuizioni che animarono il clima all’interno di quello scantinato dove Moreno Rigo conserva il nostro primo depliant”.


Oggi l’azienda Svecom opera a livello mondiale dall’Inghilterra all’Australia. Ha contatti nelle Americhe e anche in Russia. Ha spostato la sua sede in zona industriale, copre un’area di 25.000 metri quadrati e conta 220 collaboratori.
Nell’84 ha aperto una sede negli Usa dove operano dei cugini lì emigrati.
Non solo! La Svecom è leader nella produzione delle macchine microrigatrici a controllo numerico usate per la creazione di accessori e ricambi per il mondo dello sci alpino e nordico. Insomma è presente alle Olimpiadi Invernali!
La famiglia arriva prima di tutto per il sig. Marin che ha fatto in modo che i figli e i parenti più stretti entrassero a far parte del progetto. La figlia del fratello, Antonella, segue l’amministrazione insieme con la sig.ra Federica, a sua volta figlia di Ferdinando che, a 92 anni, ancora entra in azienda.

Ma senza la moglie niente di tutto questo sarebbe stato possibile.
“Santa donna! Siamo sposati da 64 anni. Grazie a lei ho potuto dedicarmi alla mia passione. Lei accettava che fossi sempre in officina, che andassi in giro per l’Italia a vendere i prodotti. Ha cresciuto lei i nostri quattro figli, di cui due gemelli, praticamente da sola. E’ una donna molto determinata e penso che senza di lei non sarei arrivato fin qui! ”
La famiglia si è allargata: quattro figli. Otto i nipoti per i quali c’è un posto in azienda e che ogni mercoledì sera organizzano una pizza con il nonno.
Ritornando alle vicende dell’azienda, Giancarlo ricorda due persone per lui di fondamentale importanza: un contabile di Montecchio che gli insegna a calcolare le percentuali: “Non sapevo nulla di tutto questo, ma in meccanica era importante il valore di un quarto di… Mi disse prendi un pallottoliere e ti insegno. Così fu agli inizi, come fu importante un altro meccanico che era stato prigioniero in Germania e che, lavorando sui macchinari tedeschi, aveva acquisito i sistemi di misurazione fondamentali nel nostro lavoro”.
Insomma Giancarlo incarna splendidamente le vicende di tante tute blu, cresciute sulle orme di Pietro Ceccato che hanno appreso alla scuola del CAPI la tecnologia della fonderia e della meccanica e che hanno fatto crescere Montecchio Maggiore.
Oggi è molto preoccupato per quanto sta accadendo nel mondo. “La guerra in Ucraina ha bloccato il mercato russo, per noi molto importante. Ora la guerra in Medioriente… Non sappiamo cosa succederà. La cosa che non accetto è che il mondo sia nelle mani di pochi uomini interessati solo al loro potere. Sono drammatiche le conseguenze delle loro azioni. Penso ai tanti giovani morti sul fronte russo ucraino, ai bambini di Gaza e adesso anche l’Iran…
Colpiscono queste riflessioni da parte di un uomo che ha realizzato il Museo delle Forze Armate 1914-45.

“Nella realtà io non ho mai sparato un colpo. Nel museo non ci sono proiettili o ordigni funzionanti. Sono semplicemente un appassionato di meccanica, uno che si è posto la domanda di dove finissero tutte le armi in disuso o sequestrate. Ho scoperto così che è possibile recuperale e averle insieme ai mezzi militari.

Un po’ alla volta sono diventato un collezionista, ma soprattutto un attento studioso della struttura e dei meccanismi di funzionamento. Le armi che riuscivo a portare a casa le smontavo e rimontavo.
Così per mitragliatrici, o carri armati. Sono ben sei i carri armati presenti al Museo, di cui un semovente. Complessivamente i veicoli funzionanti sono una quarantina cui si aggiungerà a giorni l’ultimo arrivo, di cui Giancarlo è molto fiero. Si tratta di un carro italiano M14/41 dove M sta per Medio, 14 indica il peso in tonnellate, 41 l’anno di progettazione; un pezzo molto raro a livello mondiale, trovato a Roma nei pressi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, in un sito fuori contesto. “Ho atteso a lungo dopo la richiesta formale di portarlo a casa. Faceva già parte del Museo Nazionale della Fanteria di Roma e concesso grazie a rapporti intercorsi con le più importanti strutture dello Stato, quali lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, il Ministero della Cultura. Si tratta di un pezzo unico di altissimo valore storico e culturale che stava facendo crollare i muri di un sistema di catacombe. L’ho smontato, rimontato, mi sono preso cura del motore, fermo da almeno 50 anni, e presto lo farò funzionare”.

Raccontare la storia attraverso le vicende umane delle persone che sono state costrette a viverla è l’obiettivo che sta alla base del museo da lui creato, prima al secondo piano del museo Zannato e poi spostato in un ambiente tutto nuovo, da lui costruito e che sta richiamando un buon numero di visitatori (10mila nel 2025). Come si stava in trincea, come si andava all’assalto il più delle volte per morire. Come si era equipaggiati… Obici, cannoni, lancia mine della Prima e Seconda Guerra mondiale. Si può osservare tutto da vicino, per capire che cosa sia stata ed è la guerra.


Ma interessanti sono anche le mostre temporanee, a intervallo di sei mesi, dedicate ad aspetti particolari della società e del Paese tra il 1900 e il 1945, come il sistema di comunicazione. Si spazia dagli strumenti di scrittura (dalla piuma d’oca ai pennini, dal calamaio fino alle stilografiche e alle macchine da scrivere), ai documenti epistolari spediti da militari alle famiglie durante la Grande Guerra, fino alle lettere ricevute da genitori o fidanzate in cui si comunicavano notizie orrende come la morte di un congiunto al fronte.
Saranno esposti anche oggetti e documenti appartenuti a personalità di livello nazionale, lettere di Silvio Pellico, di Gabriele D’Annunzio, poemi scritti da vicentini garibaldini, lettere d’amore, di ideali, diari e album, ma si parlerà anche di calligrafia e dell’importanza di questa particolare arte nelle scuole.
Tutto ciò che lo incuriosisce diventa per Giancarlo oggetto di ricerca e lui non si ferma finché non trova e porta a casa. Non solo armi o strumenti di guerra dunque ma anche materiali personali, stampe, quadri che raccontano le più importanti battaglie del Risorgimento tutte collocate lungo i corridoi degli uffici che diventano a loro volta museo. Colpisce nel suo ufficio una sella di foggia americana originale, con tanto di speroni e frustino, o le tre moto Ceccato rosse fiammanti in entrata, una spaziosa open room dominata da una ampia scalinata… Chissà, forse le ringhiere si ispirano al primo lavoro da fabbro di un uomo che, con l’amico Ferdinando, alla pensione ci penserà domani.




