
LR VICENZA. NELLA TRASFERTA AD ARZIGNANO UN LANE COME NEL GIRONE DI ANDATA
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Nella riunione del 30 ottobre della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario i commissari liquidatori della Banca Popolare di Vicenza hanno ribadito quel che si sa da anni: i soci non potranno ottenere altri rimborsi perchè sono creditori chirografari, cioè non privilegiati, e perciò in coda nella classifica di quelli che dovrebbero essere risarciti e il ricavato della liquidazione dei beni dell’istituto non è sufficiente per ristorare anche i soci ordinari.
Si mettano il cuore in pace, quindi, i 120.000 azionisti della BPV, a cui scaltri soggetti continuano a promettere che arriveranno altri soldi da Roma, non si capisce come e perchè.
In questo autunno vicentino di tristi anniversari (dieci anni dalla liquidazione della Banca, quindici dalla alluvione) la notizia proveniente da Roma non dovrebbe creare più di tanto sgomento in una terra colpita in modo durissimo dalle malefatte (lo dicono le sentenze) di un gruppo di banchieri improvvisati e spregiudicati, che provenivano dalle imprese e dalle professioni e si erano un po’ montati la testa facendo finanza con i soldi dei vicentini. E che, per realizzare la loro grandeur, avevano assoldato dei bancari disposti ad assecondarli nelle loro operazioni ed erano riusciti a prendere progressivamente possesso del potere attraverso la leva economico-finanziaria, tant’è che erano loro il governo-ombra del vicentino e lo sono stati per vent’anni.
Questi soggetti, dei quali la Giustizia ha riconosciuto colpevoli solo una minima parte, dominavano in lungo e in largo, a cominciare dalla comunicazione e, infatti, erano riusciti a far passare la narrazione che loro erano quelli belli-e-buoni e che la “banca dei vicentini” era un top nazionale in incontenibile espansione, mentre era solo un castello di carte destinato a crollare appena qualcuno (nel caso la Bce) avvesse tolto la carta che reggeva tutto.
Ma la condiscendenza questi grandi banchieri l’avevano conquistata anche a Roma, nella politica e in Banca d’Italia, e a Milano, negli istituti di revisione e nel mondo della finanza. Come abbiano fatto è davvero un mistero e che certi rapporti non fossero proprio trasparenti si è ben visto quando, dopo il crollo, c’è stato una corale presa di distanze da parte di tutti quei supporter.
Sulle spalle dei vicentini è finito il disatro economico, sociale e umano di questo capolavoro. Sono stati bruciati miliardi di euro di depositi e investimenti e la gente vicentina ha preso una mazzata che, dieci anni dopo, si fa ancora sentire.
La cosa più sconvolgente è che non c’è praticamente stata alcuna reazione popolare. I soci danneggiati hanno mandato giù di tutto con un basso profilo tipicamente vicentino, personalizzando rapidamente la loro nuova situazione depauperata di risparmi e riserve, accontentandosi di una cervellotica rifusione di una parte minima del valore delle loro azioni (per di più calcolata in modo così complicato e burocratico che sono stati più quelli che hanno rinunciato a chiedere il rimborso dei consoci che invece lo hanno incamerato), hanno rinunciato alla speranza di una vecchiaia serena e confortevole e alla possibilità di trasformare il corrispettivo delle loro azioni in investimenti, cure e sostegni ai familiari, hanno sprecato altro denaro iscrivendosi a improvvisate associazioni che promettevano impossibili class action e risarcimenti come parti civili.
Non ostante questo po’ po’ di sciagura sono prevalse una composta rassegnazione, una sopita assimilazione e una sommessa (per usare un eufemismo) rinuncia a qualsiasi reazione. Nemmeno davanti alla sostanziale impunità dei colpevoli si è alzato un movimento di sdegno, di ribellione, di rivendicazione.
Le manifestazioni di piazza sono state poche e sono finite subito, nessuno si è sognato di fare la posta sotto casa ai sedicenti banchieri che hanno tradito i loro conterranei, i comitati dei danneggiati non hanno preso piede. E dire che sono 120.000 i soci colpiti, che diventano mezzo milione aggiungendo familiari e parenti, un esercito che non si è mai mobilitato, una massa critica che ha preferito astenersi e non prendere una posizione politica e sociale.
GIANNI POGGI

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