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ANNA TAMIOZZO. UNO SGUARDO SEMPRE RIVOLTO AL FUTURO.

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Anna Tamiozzo vive in un angolo incantato di Montecchio Maggiore. 
La sua abitazione sorge dove stava la vecchia casa di famiglia, una famiglia di contadini proprietari di campi, proprio sotto il Monte Nero, con  uno scorcio verso l’oratorio di Sant’Antonio e Villa Cordellina.
Ha trascorso lì la sua infanzia e la sua giovinezza, lì è tornata per ristrutturarla e farne la sua dimora definitiva.
E’ uno di quegli angoli che fanno di Montecchio un posto bello, quasi magico. 

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“Qui ho vissuto i momenti felici dell’infanzia e dell’adolescenza. Ero una bambina timida e sensibile con una grande passione: leggere. Leggevo tutto quello che trovavo nel grande stanzone al primo piano. Seduta in mezzo a montagne di Famiglia Cristiana, Oggi, di vecchi libri e ai volumi dell’Enciclopedia per Ragazzi Conoscere; passavo pomeriggi interi, nonostante i continui richiami della mamma, preoccupata per i miei occhi e per la postura….
All’epoca, anni Sessanta, nella contrada Lovara eravamo in tanti bambini e ragazzi; ci si trovava nelle corti o in strada. Eravamo un bel gruppo, mai stanchi di giocare e di sfidarci. Siamo arrivati al punto di ingaggiare una battaglia a suon di sassi tra chi stava sul monte e noi di via Carlassare.
Ho respirato tanto affetto e cura dai miei genitori, tanta libertà e spirito di avventura che mi hanno accompagnato per tutta la vita”.
Guarda verso una fila di gelsi che segnano il confine del parco davanti casa e ricorda l’amica Liliana: “Proprio lì avevamo il nostro posto segreto e ogni volta che ci si trovava sotto a quegli alberi portavamo 10/20 lire da nascondere, per andare poi a comprarci la coca cola”.
Il tempo dei giochi e della spensieratezza trascorse e per tutti arrivò il momento dell’impegno. 
Anna, su suggerimento di zia Isabella, la prima maestra di Alte Ceccato, si iscrisse al Fogazzaro per studiare, a sua volta, da maestra.
“Ho sofferto il passaggio dalle medie alle superiori. Fino ad allora non avevo mai studiato, mi bastava quello che facevo a scuola, immagazzinavo ed andavo avanti. Alle superiori era diverso, dovevo trovare un metodo, organizzarmi e in questo mi venne incontro mia zia che seppe delle mie difficoltà e mi convinse a dare una svolta al mio percorso di studio con il motto Volli, fortissimamente volli. Sulle ali di Vittorio Alfieri cambiò così la mia prospettiva di vita!”
Studio matto e disperato per recuperare. A giugno solo una materia da portare a settembre, Francese, la sua bestia nera e poi, con il vento in poppa, fino all’Esame di Maturità, con il voto finale di 60 sessantesimi e articolo sul Giornale di Vicenza.
Si impegnò subito per fare l’esame integrativo perché voleva cambiare prospettiva e iscriversi all’Università. “Erano gli anni della contestazione giovanile e Sociologia a Trento era una facoltà molto gettonata. Poi invece mi iscrissi a Biologia e ogni mattina partivo con Agostino Pilati per andare a lezione a Padova. Se raggiungere Vicenza per frequentare la scuola superiore aveva rappresentato per me un momento di grande cambiamento e permesso di sviluppare il mio forte desiderio di conoscere, di vedere, di sapere figuriamoci andare a lezione a Padova, in anni segnati dalla contestazione giovanile…”
Ma a riportarla alla realtà di paese ci pensò il bando di concorso per maestre.
“Non potevo non approfittare, era ciò per cui avevo studiato. Vinsi il concorso e presi il posto di ruolo come maestra a Zermeghedo all’età di 21 anni. Fui presa dall’euforia di poter contare su uno stipendio, di poter disporre di soldi miei. Mi comprai l’auto, anche una pelliccetta, mi divertivo con le amiche”.
A venticinque anni si sposa e, chiedendo di avvicinarsi al marito, secondo una consuetudine della scuola italiana, arrivò alla Don Milani di Montecchio, dove ha insegnato per 29 anni”.
Ma non le bastava. Sentiva forte dentro di sé il richiamo dell’andare, del conoscere, del fare qualcosa di sempre nuovo e stimolante.
“Chi influenzò la mia vita professionale fu Grazia Guarenti, mia collega alla scuola Don Milani, compagna di studi e di aggiornamenti che vinse il concorso per diventare direttrice.
Quello che era valso per lei perché non poteva esserlo anche per me? Potevo farlo anch’io, ma dovevo avere la laurea. Così mi iscrissi a Pedagogia Scienze dell’Educazione, a Padova.”  

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Nel frattempo era diventata mamma, ma non la spaventava il dover insegnare, fare la mamma la moglie…
“Studiavo la sera tardi! Un esame lo feci incinta e mi presi un bel 28 per l’esame, più un punto per il pancione. Ma il momento più interessante e più alto fu la stesura della tesi. Scoprii tutta la mia passione per la ricerca storica. Mi cimentai nella ricostruzione delle vicende della storia della scuola a Montecchio dopo l’entrata in vigore della legge Coppino (1878) che rendeva obbligatori i primi tre anni di scuola elementare.”
Da brava storica entrò nel ricchissimo archivio del comune di Montecchio e ricostruì quel periodo della storia castellana, quando si doveva andare a prendere i bimbi a casa per farli studiare, quando finite le scuole, per tutta l’estate, lavoravano nei campi, quando gli edifici scolastici erano fatiscenti e in locali di fortuna, nell’attuale Municipio di Montecchio, ad esempio. “Ho scoperto una cosa molto interessante. Allora c’erano i pedagoghi, dal greco antico pais agoghè che significa condurre per mano, -da cui pedagogo-persone  che allora, a Montecchio, si mettevano a disposizione per accompagnare i bambini da scuola a casa. Una prima forma di Pedibus”.
Il lavoro fu molto apprezzato e si laureò con il plauso della Lode. Aveva raggiunto il suo obiettivo: ora era pronta per inseguire il suo sogno e seguire le orme della sua mentore, ma intanto non smetteva di essere maestra e aggiornarsi: ”Ho vissuto in prima persona tutti i cambiamenti che la scuola ha registrato dagli anni Settanta in poi: il tempo prolungato, il tempo pieno, il superamento del maestro unico, il metodo di lettura globale in sostituzione di quello alfabetico, l’insiemistica in matematica, la grammatica non più come solo regola ma come espressione di strutture da scoprire. Ne ho fatta di strada con la mia macchinetta per andare a Vicenza ad aggiornarmi. Come maestra avevo lavorato sempre da sola, poi scoprii i gruppi di lavoro e la mia prospettiva cambiò. Insomma mi formavo e formavo perché collaborai anche con il centro di ricerca, sperimentazione e aggiornamento regionale, l’istituto IRSSAE”.

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Nel frattempo cresceva i suoi due figli e sosteneva la famiglia. “Non ho mai molto amato il ruolo della donna di casa. L’importante era che tutto fosse organizzato e per quanto riguarda la cucina, facevo il giusto. Mio marito mi ha lasciata seguire la mia strada. Lui con la sua passione per la meccanica e io con la mia passione per la scuola: due vite parallele che si incontravano a casa, nella famiglia, nel tempo libero”.
Una famiglia che Anna con la sorella ha tenuto insieme dopo la morte dei genitori. “Sono entrambi morti presto, da quarant’anni siamo orfane, ma siamo state unite e abbiamo mantenuto intatto ciò che i nostri genitori ci hanno lasciato. Come questa casa, che mio padre, dopo che ci trasferimmo in via Tecchio, usava come pollaio e ora è diventata quello che ho sempre desiderato diventasse, il mio mondo, il luogo della mia famiglia.” 
Orgogliosa delle sue origini, dell’essere montecchiana, Anna rivela di non essersi mai fermata: “E’ nella natura dei montecchiani lavorare duramente, impegnarsi e di questo sono orgogliosa”.    

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Così anche il concorso a preside diventò l’occasione per completare un percorso che lei intimamente aveva non solo programmato, ma già visto: “Avevo già individuato la mia strada fin da giovane e piano piano sono arrivata”.
Altro concorso, altra fatica, portata a termine con successo per diventare dirigente prima in quel di Grancona, poi a Montecchio. “Non avevo mai fatto la dirigente, per me era tutto nuovo. E poi ora avrei seguito anche la scuola media in quel di Grancona, ma anche a Pojana perché mi fu affidata una reggenza. Un ricordo particolare di questo periodo è la visita al Quirinale, ospiti della signora Clio Napolitano che ci accolse e ci accompagnò per i meravigliosi saloni. Aveva lei personalmente, con una lettera scritta a mano, invitato due classi della scuola primaria di Pojana, entusiasta del lavoro didattico che le avevano dedicato.
Aver a che fare con i consigli di classe era per me una novità, ma capii subito che il mio compito era quello di mettermi dalla parte degli alunni. Ricordo ancora il caso di uno studente per il quale mi battei strenuamente perché non fosse bocciato. Quel ragazzino dallo sguardo vivace ed intelligente, ma orgoglioso aveva irritato la docente di italiano, disciplina tra l’altro non facile per lui di madrelingua rumena, che voleva bocciarlo; ma il consiglio di classe trascinato anche da me, alla fine votò per la sua promozione. Purtroppo qualche anno dopo un professore venne a comunicarmi che l’indomani si sarebbe svolto il suo funerale perché era morto di leucemia. Fu un grande dolore per me; ma mi consolava l’essermi battuta per lui che era diventato anche testimonial della Città della Speranza”.
Tante immagini, tante storie che le passano davanti: le difficoltà per l’inserimento degli alunni con handicap, l’accoglienza dei bambini stranieri e le ingiustizie che segnano spesso la loro carriere scolastica, come il giovane bengalese che per legge non poteva stare in classe con i coetanei italiani e che per un’estate intera studiò per passare dalla prima media alla terza, classe adeguata alla sua età anagrafica…. e l’anno dopo scoprì di dover ricominciare tutto da capo in Inghilterra, dove la famiglia aveva deciso di trasferirsi. O la ragazzina di origine magrebina che rifiutava il velo e voleva essere come tutte le sue compagne, libera di essere, di studiare, di giocare e fare sport. Quanto ha pianto seduta nel mio ufficio, io e lei, due esseri umani”.
Nel 2015 la pensione, ma prima lasciò a Montecchio un importante lavoro di equipe e collaborazione: il volume “I cento anni della scuola A. Manzoni”.

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Anni Venti. Classe prima femminile con la maestra Isabella Tamiozzo
Tratta dal libro “I Cento anni della Scuola A. Manzoni di Montecchio Maggiore”

“Entravo una mattina della primavera 2012 a scuola e notai la scritta in alto, sopra il frontone dello storico edificio: anno 1914. Mancava poco al centenario della scuola e andava celebrato. E’ stato un lavoro ancora una volta di gruppo, di collaborazione. Raccogliere ricordi, andare alla ricerca di testimoni, catalogare documenti e foto. Ne è uscito un volume importante, fatto di tante storie affascinanti e uniche. Un percorso nella memoria collettiva cui parteciparono figli e nipoti dei primi maestri, ex alunni e alunne, ora personaggi noti di Montecchio come Mario Guggino, Claudio Beschin, Giuliano Menato, o meno noti come la figlia del primo custode, Bianca Vaccari che era nata nel sottotetto della scuola.
Oggi Anna coltiva le passioni che hanno arricchito tutta la sua vita: la lettura, ora, soprattutto di biografie e testi storici; l’arte e il designer con visite a musei, mostre e riviste specializzate; e infine il giardinaggio con la passione per le rose inglesi, le clematis e le peonie che cerca di coltivare… non sempre con successo. 
Oggi Anna è nonna. Adora le sue tre piccole nipoti la cui presenza sta tutta nei disegni sparsi un po’ qua e un po’ là a contendersi un posto di prestigio in una casa che ben rappresenta il gusto e la cura del bello che ha sempre caratterizzato la sua vita e che si coglie anche nella bellezza del suo grande giardino.

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