La Preside venuta da lontano, la moglie di Luciano Chilese, la donna impegnata in politica…Ma anche la mamma, la nonna. E poi la brava cuoca, da brava marchigiana che è.
Arriva infatti in provincia di Vicenza, a Carmignano di Brenta, da Senigallia, per insegnare Lettere dopo essersi laureata ad Urbino.
“Allora si poteva scegliere due sedi, in due regioni diverse. Io scelsi anche il Veneto perché avevo in mente di iscrivermi alla facoltà di Psicologia di Padova, a quei tempi l’unica in Italia. Era il 1970. Capitai in una realtà rurale profonda, solo campi e mucche ed imparai subito che qui nel Veneto bisognava farsi i fatti propri. Niente di che, mi sarei insomma aspettata un po’ più di disponibilità alla vita di relazione. Andai comunque a Padova per scoprire che non avrei potuto subito iscrivermi a Psicologia per quell’anno perché le immatricolazioni avevano cadenza biennale. Mi buttai nell’insegnamento, trovai un fidanzato e la vita mi allontanò dal sogno della Psicologia. Penso che il mio interesse per la psicologia fosse legato al fatto che abitavo, da bambina, di fronte alla sezione psichiatrica dell’ospedale di Senigallia e la mamma, quando doveva uscire, mi raccomandava di non aprire a nessuno, ma regolarmente arrivava un paziente al cancello a suonare. Mi colpiva il fatto di non dovergli aprire, ancor di più che fosse costretto in ospedale. Era un tipo speciale, quell’uomo, che amava il cinema ed era capace di chiudersi nella sala cinematografica dalle due del pomeriggio a notte fonda. Così lo cercavano e quando lo trovavano lo riportavano nel manicomio e perdeva la possibilità di uscire per giorni.”
Da questi ricordi infantili si coglie che Anna aveva il destino segnato: insegnare, certo, ma anche capire e aiutare gli altri, soprattutto i più fragili, gli indifesi, quelli che la società mette da parte.
L’anno dopo, nel 1972, su suggerimento di una cara amica e collega, si ritrova a Montecchio Maggiore, ad insegnare nella scuola media Pascoli, quella del tempo pieno, quella che metteva in pratica un’idea di scuola nuova, attenta alle teorie pedagogiche che vedevano nello stare a scuola l’opportunità di crescita per tutti.
“Entrai a far parte di un gruppo di docenti molto attivi e motivati, tutti giovani con il desiderio di fare, di sperimentare. A scuola stavo bene, fuori a dire il vero, un po’ meno!” Annamaria pagava lo scotto di essere “foresta”, ma anche il fatto di essere molto emancipata e attenta ai diritti delle donne. Erano gli anni dei Referendum per il divorzio e la legge sull’aborto, battaglie che visse in prima fila. “E a Montecchio anche dentro al PCI, una donna molto attiva non piaceva, specie se divorziata. Un anno nemmeno mi rinnovarono la tessera…”
Nel frattempo infatti era finito il matrimonio dal quale era nata una bimba, Manuela. Qualche anno dopo sceglie di tentare il concorso a Preside. Lo vince e giovanissima si ritrova a dirigere la scuola media a Montorso.
“Il lavoro in classe mi andava stretto, avevo bisogno di sperimentare qualcosa che nascesse dalle mie idee ed esperienze. Fare la preside mi avrebbe dato l’opportunità di contribuire al cambiamento e al bene della scuola. Mi ritrovai a Montorso la mia prima sede senza alcuna esperienza di tipo amministrativo, mentre sul piano della didattica sentivo di avere molto da dare. Dopo tre anni presi la presidenza ad Altavilla, altra scuola all’avanguardia, poi fui trasferita ad Alte Ceccato, anche se io avevo scelto la sede di Sovizzo. Venni a sapere poi che la decisione era stata presa su segnalazione di ambienti di destra che puntavano su di me per mettere in riga un collegio docenti animoso. Sarei stata più vicina a casa, ma percepii il trasferimento come una forma di violenza nei miei confronti. Successivamente approdai a Trissino dove, invece, fui letteralmente coccolata da alunni e genitori. Tornai ad Alte nel 2004, quando la dirigenza della scuola media fu unificata a quella di Montecchio, per creare la dirigenza della scuola superiore locale”. Con la nascita dei comprensivi, quello di Montecchio, il numero 1, divenne l’ultima sede come dirigente, prima della pensione.
Anna ha molto da raccontare, la sua carriera di preside l’ha vista portare avanti progetti importanti di inclusione e di innovazione didattica, spesso andando contro famiglie e docenti.
“Ad Altavilla per esempio riscontrai molte difficoltà, subii perfino l’ispezione ministeriale che però diede torto al collegio docenti, richiamato poi all’ordine per un maggiore rispetto delle norme. Ricordo ancora quel pomeriggio di Collegio Docenti con l’ispettore, venuto da Venezia, che smontò tutte le istanze dei docenti, dato che io facevo solo il mio dovere.
Lì dovetti affrontare un’altra questione delicata a causa di un docente che usava modi bruschi, al limite della violenza fisica, oltre che verbale. Si andò a processo, ma finì tutto bene per me e per i ragazzi. Perché ho sempre agito nell’interesse degli alunni. E per questo ho dovuto fare delle scelte che spesso i docenti non capivano. Figuriamoci i genitori.
Ma nelle mie azioni di recupero del disagio degli alunni posso dire di essere sempre arrivata al risultato. E oggi sono felice di sapere che chi ho voluto a tutti i costi aiutare ha trovato la sua strada. Il mio modo di agire si fondava sull’osservazione e sullo studio del ragazzo, se vedevo che c’erano degli spiragli di cambiamento, mettevo in campo le strategie più consone, naturalmente con l’aiuto degli insegnanti disponibili a seguirmi.”
E a proposito di progetti e cambiamenti la sua dirigenza passerà alla storia per l’obbligo della divisa.
“Quando proposi al collegio docenti e al Consiglio di istituto dell’Anna Frank l’obbligo per tutti gli alunni di indossare la stessa felpa di color bluette, fui subissata da proteste sia dentro in collegio che fuori. Allora si parlava di attacco alla libertà delle famiglie, di gestione autoritaria della scuola. Avevo preso spunto invece dalla scuola anglosassone, dove la divisa è obbligatoria e non crea alcun problema, anzi gli alunni sono fieri dei colori che indossano. Noi non si è potuti andare più in là della felpa per questione di costi che le famiglie non potevano e non possono permettersi. Ma in questo modo si sono superate, almeno apparentemente, le disuguaglianze sociali, si è raggiunto l’obiettivo di presentarsi a scuola con un abbigliamento adeguato al contesto e soprattutto si è creato un buon senso di appartenenza.”
Cambiamento, aggiornamento, novità: le parole chiave della sua lunga carriera. Progetti di integrazione spinta per quel che riguardava l’Handicap, progetti di qualità legati all’orientamento e ai passaggi tra ordini di scuola, con il monitoraggio degli alunni anche dopo la terza media. E infine, ma non ultimi, i progetti di scambio scolastico all’estero.
Al centro di ogni iniziativa sempre e soltanto i suoi alunni e il loro benessere a tutti i livelli. D’altra parte, e non a caso, ad inizio carriere sperava di poter laurearsi anche in psicologia…

Ora si gode la pensione e non sente nostalgia della scuola, si dedica al volontariato attivo nell’associazione Luca Coscioni, ma è anche attiva all’interno della cooperativa il Girasole di Montecchio per il recupero della malattia mentale. “Penso che questo tipo di malati siano i più sfortunati, perché troppo spesso rimangono soli e dimenticati ed è quindi importante che ci sia qualcuno che li incontri e li ascolti.”
Anche l’’impegno politico ha segnato, in verità, tutta la sua vita a partire dal movimento studentesco ad Urbino, le battaglie per il divorzio e per l’aborto, per arrivare al gruppo femminista che ha fondato a Montecchio: “Motivo per cui il PCI di allora non mi ha rinnovato le tessera, ma il motivo vero era che ero una divorziata. Diventata preside ho lasciato la politica attiva, sono tornata ad impegnarmi una volta in pensione. Era cambiato il clima e non mi piaceva come mi trattavano, non mi sentivo a mio agio. Era inutile restare in Consiglio per essere presa in giro”.
Passando alla sfera un po’ più privata, con Luciano Chilese, lo storico molto conosciuto, ha creato una nuova famiglia. Alla prima figlia Manuela si sono aggiunti Giuseppe, Ester e Valdo e ora anche cinque nipoti che riempiono le sue giornate. Con il marito ha deciso di vivere in una piccola casa sotto il Monte Nero, dove Luciano pensa ai suoi libri e all’orto. Lei invece si dedica ai nipoti, ma ama anche cucire e cucinare.
“Io e Luciano ci siamo incontrati alla Pascoli immersi in quella atmosfera di innovazione, di progetti, fervida di idee. Un ambiente che facilitava i rapporti interpersonali. Ero scontenta della mia storia e lì ho trovato la persona giusta, quella che volevo aiutare a tutti i costi ad uscire dal suo isolamento, dallo studio. Sapevo quanto valeva e volevo fare emergere il vero Luciano. Decidere di stare insieme è stato un passo complicato e importante allo stesso tempo. Non è stato facile neanche per le nostre famiglie accettare questa cosa e per l’ambiente ancora di più. Quando andavo per strada sentivo addosso il rimprovero della gente…
Ora tutto è passato, non sento il bisogno della scuola, amo le mie cose, i miei impegni nel volontariato e mi godo i nipoti”.

Appassionata di lettura fin da giovane, preferisce seguire un autore in tutte le sue opere come Elsa Morante o Calvino: “Oggi mi piace molto Viola Ardone e il suo ‘Il treno dei bambini’. L’ultimo, ‘La grande meraviglia’, tratta temi a me molto cari come l’ospedale psichiatrico”. E poi legge autori americani e racconti brevi, così è sicura di non lasciarli per giorni sul tavolino.
“I figli sono cresciuti secondo i valori che abbiamo loro trasmesso di amore per la libertà, di rispetto per gli altri, di impegno sociale.
Ognuno ha seguito la sua strada secondo le proprie inclinazioni e desideri e penso che questo sia il massimo che due genitori possano sperare. Certo ci sono state delle difficoltà, momenti di preoccupazione, specie per Valdo, quando praticava free climbing, o per Luciano impegnato nei tracking in Nepal. Ora tutto si quietato e forse è arrivato il momento di pensare a qualcosa di mio. Mi piacerebbe infatti lavorare sulla storia dell’ospedale psichiatrico di Montecchio Maggiore.”
Come dire, il primo amore non si scorda mai.